Il blog di Roberto Zamperini

Se preferite avere un cancro piuttosto che pensare, cambiate Blog

Nikola Tesla: un àugure moderno?

“Gli AU-spici di tutti gli economisti sono che l’economia generale vada verso un AU-mento del PIL”, “AU-guri di buon compleanno!”, “L’AU-tore di questa sonata per pianoforte è Mozart” Come sappiamo dal precedente articolo, l’auspicio, l’aumento, l’augurio e l’autore appartengono alla stessa famiglia dell’augusto e la loro origine, che ne siamo o no consapevoli, si perde nei misteri della religione arcaica – o meglio: prisca – di Roma. Eppure, al di là delle etimologie pur intriganti delle parole, esistono fili sottili che legano spesso in modo imprevedibile i destini e la storia di persone apparentemente molto lontani tra loro e soprattutto lontani dalla religione Romana. Prendiamo ad esempio Tesla …

Nell’articolo Da Nikola Tesla alle energie sottili … (3) ho sottolineato tre aspetti della personalità di quel grande scienziato:

1) Nikola Tesla era un individuo con una natura supernormale il cui cervello era caratterizzato dalla diagonale di coscienza superiore

2) la consapevolezza di vivere in universo che è un solo organismo vivente, formato da molte parti, che si distinguono per le diverse frequenze e che sono mondi paralleli. Ci si può sintonizzare con le frequenze di altri mondi, aprendo una finestra su di essi.

3) Tesla aveva un rapporto con l’elettricità come se fosse un essere vivente, parlava con lei e le dava ordini.

Vi chiederete che rapporto ci possa essere tra Tesla e gli antichi àuguri. Ebbene, nonostante che ovviamente non esista alcuna reale possibilità che Tesla sia in qualsiasi modo collegato all’antico ed arcano mondo degli àuguri Romani ed Etruschi, v’è pur tuttavia qualche assonanza tra lui e loro che definirei quanto meno bizzarra. Vediamola meglio dando un’occhiata più da presso a questi misteriosi àuguri.

La società Romana, almeno nella sua originale struttura, era basata su un concetto basilare: l’armonia e l’equilibrio tra la città e la realtà divina. I Romani chiamavano questo equilibrio Pax Deorum, che solo con una certa forzatura potremmo tradurre con “la pace degli Dei”. In verità, il concetto riguardava il rapporto tra gli Dei e gli uomini e quel “Pax” stava ad indicare per l’appunto l’equilibrio e l’armonia tra la volontà divina e l’azione degli uomini (ed in particolare dei Romani). Fintantoché la Pax Deorum era mantenuta, gli Dei garantivano la fortuna della città. Quando invece essa si era spezzata, periodi dolorosi e difficili aspettavano i cittadini dell’Urbe. Quindi, più che “la Pace degli Dei” sarebbe più corretta la traduzione: “la Pace con gli Dei.

Come facevano i Romani a comprendere se erano stati capaci di mantenere la Pax Deorum o no? E, soprattutto: chi aveva la capacità di comprenderlo? Esistevano varie categorie di signori del sacro per dirla come John Scheid (1). Riguardo a costoro, Cicerone, àugure anch’egli, afferma che ne esistevano due figure fondamentali: c’erano quelli che si occupavano del fare e quelli che dovevano comprendere se il fare era legittimo. Cioè: ai Romani non bastava compiere atti sacri. Essi erano forse ancor più interessati a sapere se quegli atti erano legittimi oppure no. E’ dunque evidente che l’aspetto della legittimità religiosa era di capitale importanza e finiva per l’interferire anche pesantemente con il “fare” della politica. Sia detto tra parentesi: questo può alimentare il dubbio che, oltre i suoi legittimi interessi religiosi e le curiosità tipiche del personaggio, Cicerone abbia presumibilmente brigato non poco per diventare lui stesso àugure … E’ vero però che il più grande avvocato di tutti i tempi passa per essere stato un vero Iniziato, a conoscenza di molti Misteri. Se così fosse, nessuno meno di lui aveva il diritto di essere àugure …

Esistevano, nella società Romana, molti collegi sacri. Un collegio di grande importanza non a caso era proprio quello degli àuguri. Per quanto detto, non stupisce che si trattasse di personaggi di enorme importanza, che trovavano la loro legittimità sia nei risultati della loro opera, sia perfino nella Storia della città. Infatti, Romolo stesso era un àugure. Anzi, si dice, che, da bravo àugure, girasse sempre con in mano il suo fido lituus, il bastone sacro che terminava con una spirale. E, come àugure, trovò il luogo giusto per fondare la sua città, utilizzando il suo lituus.

Ecco cosa dice WIKIPEDIA a proposito del lituus:

Il lituo (in lat. Lituus, da Litàre, offrire sacrifici agli dei per ottenere auspici favorevoli) era uno strumento di culto nell’antica Roma, già in uso presso popoli come gli etruschi e i latini. Era costituito da un bastone ricurvo in cima.


Sulla natura vera di questo bastone, potremo farci in seguito delle interessanti domande. Per il momento, mi limito a ricordare che il lituo o lituus non è scomparso, ma esiste ancor oggi e lo possiamo vedere in mano ai vescovi cattolici, che gli hanno cambiato nome e oggi lo chiamano pastorale. Anzi, per la verità il lituo è presente anche nelle forme del violino … (Il lituo era anche una tromba ricurva usata nell’esercito Romano, ma ignoro se lo strumento sacro e quello musical-guerresco fossero in qualche modo collegati tra loro). Non sono un linguista, ma mi sembra neppure casuale l’assonanza tra lituo e liturgia. Dice infatti il Dizionario Etimologico o-line che lituo viene dalla parola latina litàre ovvero offrire sacrifizi agli Dei per ottenerne auspici.

Sappiamo comunque che il lituo sacro era uno strumento di culto presso tutti i popoli latini e gli Etruschi.

Qualche anno fa è comparsa questa notizia che ha davvero dello straordinario:

Gli archeologi del Cnr hanno annunciato di aver scoperto in una tomba sabina nella necropoli di Eretum, città in posizione strategica sulla riva sinistra del Tevere, oggi Colle del Forno (Montelibretti), accanto ai resti di due corpi lo scettro, simbolo della regalità e il lituo, l’antichissimo bastone a manico ricurvo simbolo degli auguri, i sacerdoti che traevano gli auspici. Il team di archeologi dell’Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del Cnr, da alcuni anni impegnato, sotto la direzione di Paola Santoro, nello scavo dell’importante area, ha rinvenuto appunto un lituo, il bastone ricurvo simbolo del potere spirituale, utilizzato anche per trarre gli auspici dal volo degli uccelli. Uno strumento usato per tracciare il cosiddetto templum, vale a dire la regione di spazio in cielo e in terra in cui osservare i segni della volontà degli dei.


Un oggetto rarissimo, il lituo, finora documentato in Italia da soli due esemplari (anche se effigiato in molte rappresentazioni funerarie e monete) che era custodito in una tomba del V secolo a.C. appartenuta ad una dinastia regale. Il lituo veniva utilizzato nell’arte divinatoria che precedeva la nascita di un nucleo urbano e che determinò anche, come vuole la tradizione, la scelta del Palatino per la fondazione di Roma. Il ritrovamento contribuisce a fare chiarezza sul ruolo svolto dalla civiltà sabina nella creazione delle istituzioni civili e religiose romane.


«Il fatto sorprendente, messo in luce dallo scavo di Eretum – spiega Enrico Benelli dell’Iscima-Cnr – è che nel V secolo, mentre a Roma e nelle città della Magna Grecia dominava il modello repubblicano, i Sabini erano ancora governati da dinastie regali. Nella tomba rinvenuta, di dimensioni monumentali, a fianco di due corpi inumati, si conservavano infatti sia lo scettro che il lituo, manufatti che confermano ciò che si sapeva per congettura, ossia che il re fosse anche sacerdote». Una figura istituzionale sabina, dunque, mutuata dai romani nei primi secoli della fondazione dell’Urbe, come confermano le fonti documentarie. Basti pensare appunto al sabino Numa Pompilio, secondo sovrano della città, considerato il re-sacerdote per eccellenza. «Delle città Sabine -continua Benelli – non abbiamo molte notizie. La storiografia romana se ne occupa solo in relazione alla conquista da parte di Roma della Sabina Tiberina, ma si tratta di un’epoca remota, risalente all’VlII secolo a.C.».

Altrove si scrive:

Un dato indicativo sulle consuetudini politico-religiose dei Sabini è fornito dal ritrovamento, in una delle tombe (n. 31) di un lituo, un lungo bastone ricurvo in ferro utilizzato per l’arte divinatoria, simbolo della carica dell’augure. Si tratta di un reperto rarissimo, attestato in Italia da molte rappresentazioni ma finora rinvenuto solo in contesti etruschi piuttosto tardi (IV – III secolo d.C.). Il lituo rinvenuto a Colle del Forno della seconda metà del VI secolo d.C. rappresenta fino ad ora l’esemplare più antico ed un unicum nell’Italia antica.

L’augure, cioè il sacerdote, grazie al complesso rituale dell’auspicio, era in grado di interpretare il volere degli dei attraverso i segni della natura ed era dunque una figura tenuta in gran conto nelle società antiche. La stessa elezione di Numa Pompilio  a re di Roma fu presa dopo la consultazione del volo degli uccelli e la consacrazione con il lituo da parte dell’augure, come ricordato da Livio.
La presenza del lituo testimonia la permanenza di una tradizione certamente più antica che vedeva il sacerdozio appannaggio delle famiglie aristocratiche, rendendo la figura dell’augure una delle  socialmente più rilevanti della comunità e l’unica capace di farsi da intermediario tra l’ umano ed il divino.

Gli àuguri Etruschi godevano di una grande considerazione. Eppure, nonostante questo, non restano della loro Disciplina (l’Etrusca Disciplina) che poche e frammentarie tracce. Sappiamo però che, tra le loro abilità, v’era anche quella di saper trarre auspici dalle folgori, insomma: dalla caduta di fulmini! Avevano anche dei libri, i Libri Fulgurali, che racchiudevano tutta la scienza che legava i fulmini alla capacità di produrre presagi ed oracoli.

Ed ecco finalmente il collegamento con Nikola Tesla: gli àuguri pretendevano di essere perfino in grado di scatenare folgori a loro piacimento, capacità che – almeno secondo il filmato che abbiamo visto – sembra avesse avuto Tesla. Prima del sacco di Roma ad opera di Alarico, re dei Visigoti, gli àuguri presenti nell’Urbe, sostennero di poter salvare la città scatenando una pioggia di fulmini sull’esercito barbaro, ma, il 24 agosto del 410, si preferì aprir loro le porte della città, attraverso le quali i 50.000 goti entrarono come un fiume in piena. Il saccheggio durò tre giorni e fu avvertito come una sciagura in tutto l’Impero. Tempi bui si preparavano per tutti e non solo per Roma. Nella lontana Britannia, in Gallia, in Germania, in Italia nel giro di due o tre decenni il 90% della gente sarebbe morta di fame o uccisa dai barbari. La Pax Deorum era stata spezzata per sempre e questo aveva segnato in modo definitivo il crollo dell’Impero. Come colpito da una maledizione, Alarico morì poco dopo e il suo tesoro non fu mai ritrovato.

Ritorniamo agli àuguri: fu Plinio il Vecchio che segnalò la possibilità di ottenere, grazie a riti particolari, i fulmini stessi e di indirizzarli a piacimento. Porsenna, re di Chiusi, secondo il mito, uccise con un fulmine da lui scatenato, un mostro che terrorizzava a quel tempo le campagne. Come si chiamava quel mostro? Tenetevi forte: il suo nome era VOLT.

Per concludere ancora con WIKIPEDIA:

Il Conte Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta (Como, 18 febbraio 1745 – Camnago Volta, 5 marzo 1827) è stato un fisico e inventore italiano, conosciuto soprattutto per l’invenzione della pila elettrica.

L’annuncio dell’invenzione della pila, avvenuto nel 1801 presso la Royal Society, accrebbe ulteriormente il consenso della comunità scientifica internazionale per Volta.

In onore del grande scienziato italiano, l’unità di misura del potenziale elettrico da duecento anni si chiama VOLT.

Forse Porsenna e gli àuguri sarebbero stati felici di sapere che un fulmine un giorno lontano si sarebbe potuto scatenare creando dei campi elettrici di decine di migliaia o milioni di VOLT …


(1) John Scheid La religione a Roma. Editori Laterza

6 aprile 2010 - Posted by | Domoterapia Sottile, Energie Sottili, Personaggi, Storia |

12 commenti »

  1. Molto interessante questo paragone.. In effetti ci sono davvero tantissimi elementi in comune!!

    Curiosità: sai per caso di che legno era fatto il lituus?

    Commento di Alyth | 7 aprile 2010 | Rispondi

  2. L’articolo citato dice: “un lungo bastone ricurvo in ferro”. Ma forse i primi auguri usavano bastoni di legno… Scommetto che tu pensi alla quercia… Indovinato?

    Commento di zaro41 | 7 aprile 2010 | Rispondi

  3. La quercia? perchè proprio la quercia?
    Uhhhhhmmmmmm……. questo mi fa pensare che sappiate qualcosa che io ovviamente ignoro riguardo a questa pianta..!!!!
    e poi quale quercia?
    Quercus calliprinos? Quercus cerris (Cerro)? Quercus coccifera? Quercus crenata? Quercus gussonei? Quercus pubescens? Quercus ilex (Leccio)? Quercus pubescens? Quercus macrolepis (Vallonea)? etc… etc… etc…..

    Commento di Francesco | 7 aprile 2010 | Rispondi

  4. Indovinato, pensavo proprio a questo arbor felix, ma non ho trovato ancora niente a riguardo.

    Però ecco cosa dice il buon Livio sull’aruspex:
    http://skuola.tiscali.it/versioni-latino/livio/livio-urbe-1-20x-8.html

    Per rispondere a Francesco: ovviamente al Quercus, qualsiasi quercus…

    Commento di Alyth | 7 aprile 2010 | Rispondi

  5. Caro Francis, mi sa che bisogna parlare di ARBORES FELICES…. Appena ho messo insieme un poco di materiale, scrivo un pezzo. Certo che Alyth mi potrebbe dare una mano, invece di starsene sempre a squartare cadaveri o a scalare picchi… Certi giovani moderni… Non c’è più religione …. Non ci sono più le mezze stagioni …Ai miei tempi, sì che c’erano le mezze stagioni, caro lei…

    Commento di zaro41 | 7 aprile 2010 | Rispondi

  6. IEROBOTANICA
    Ho trovato questi siti interessanti:
    http://psiconautica.byethost13.com/content/view/38/26/
    e ovviamente: Il simbolismo della quercia in
    http://www.centrostudilaruna.it/simbolismoquercia.html
    Poi c’è il n. 32 de La Cittadella che riporta un
    Ierobotanica rituale e Fitonimie sacre greco-italiche, Mario Giannitrapani
    Se sei interessato puoi scrivere a lacittadella@email.it.

    Commento di zaro41 | 7 aprile 2010 | Rispondi

  7. Grazie….!!!! Mi state dando non solo tantissimi spunti ma anche un po carica per continuare questo mio percorso solitario (a volte scoraggiante) nelle lande sperdute del nord-africa.
    Grazie

    Commento di Francesco | 7 aprile 2010 | Rispondi

    • Stavo diventando matto, poi alla fine ho ricordato dove avevo letto a proposito degli ARBORES FELICES… Si tratta del (bellissimo) libro di Renato Del Ponte LA CITTA’ DEGLI DEI. Da leggere e studiare …

      Commento di zaro41 | 8 aprile 2010 | Rispondi

  8. AHAH, ma che lande desolate…la tua contrada è ricchissima, ultraricca!

    Signor Z. ti assicuro che sto producendo😉 se faccio in tempo ti porto tutto a Milano….

    Commento di Alyth | 8 aprile 2010 | Rispondi

  9. I primi frutt delle mie letture notturne……..!!!!!!
    L’importanza della quercia presso gli Indoeuropei ci è testimoniata, oltre che dai dati linguistici, anche e soprattutto dalla sua rilevante valenza simbolica e religiosa: questo albero è infatti quasi universalmente l’emblema della forza.
    Oltre al già detto dio baltico Perkùnas, al quale la quercia era consacrata, essa in Grecia era sacra al padre degli dei Zeus e a Dodona, mentre tra i Germani lo era per Donar e Ziu (corrispondenti ai norreni Thor e Odino). La clava di Ercole è di quercia; nell’Odissea, Ulisse consulta due volte il “fogliame divino della grande quercia di Zeus”. Inoltre, secondo una credenza di tipo magico, un ramo di questo albero, posto presso una fonte in Arcadia, avrebbe combattuto la siccità.
    Livio afferma che fosse sacra anche ai Romani: una conferma sul punto si può trarre dall’arcaico diritto pontificale, che si occupava anche di botanica sacra. Veranio, uno scrittore del I secolo a.C. autore, tra l’altro, delle Pontificales Quaestiones, la cita per prima nell’elenco degli arbores felices, cioè “recanti buoni auspici”. Come ha rilevato Renato del Ponte, non deve stupire il posto di rilievo occupato dalla quercia in questa “catalogazione” di ierobotanica, poiché essa, al pari della vite, era sacra al dio padre supremo dei Romani, Giove. Alfredo Cattabiani ha narrato proprio le simboliche nozze di quercia e vite in un suo racconto di una ventina di anni orsono, che si intitola, non a caso, La quercia.
    È soprattutto presso i Celti, però, che si ravvisa in pieno il ruolo fondamentale attribuito alla quercia nella sfera sacrale. Nella sua Naturalis Historia Plinio afferma infatti che i sacerdoti druidi roborum eligunt lucos nec ulla sacra sine ea fronde conficiunt, «scelgono i boschi di querce e non celebrano alcun sacrificio senza quell’albero». Diversi studiosi sostengono inoltre che lo stesso nome dei druidi, membri della prima funzione sovrana nel mondo celtico, abbia tratto origine dalla già citata radice indoeuropea *dereu che designa la quercia – alla quale, effettivamente, i druidi sono ricollegati in diverse credenze, come in quella assai nota secondo la quale nelle notti di plenilunio avrebbero reciso dai grandi alberi il vischio, servendosi di un falcetto dorato.

    Commento di Francesco | 8 aprile 2010 | Rispondi

  10. In Italia il vero albero autoctono è la quercus suber.
    quercia da sughero

    Commento di Marco Innocenti | 10 aprile 2010 | Rispondi

  11. Un albero, o meglio un frutto, sacro per eccellenza è il cedro (citrus medica), che assieme al salice alla palma ed al mirto rappresentano la parte “fondamentale” della Festa delle Capanne o dei Tabernacoli (festa tradizionale ebraica).
    Sto soltanto adesso, rileggendo sotto un’altra chiave gli insegnamenti di uno dei mie maestri universitari.

    Video:
    http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-b1220a18-cef4-47ca-9e3c-cb623b39caed.html?p=2

    Commento di Francesco | 10 aprile 2010 | Rispondi


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