Il blog di Roberto Zamperini

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Alla ricerca di Atlantide (5)

Com’erano fisicamente questi atlantidei?

Il Diluvio Universale. Non solo un mito o solo una storia raccontata dal libro degli Ebrei, la Bibbia. In tutte le Tradizioni, anche se a volte in modo confuso o contraddittorio, si parla di questo antico cataclisma, forse generato dalla de-glaciazione, cioè dallo sciogliersi dei ghiacci alla fine dell’ultima glaciazione. Molti ricercatori credono oggi che non fu un evento graduale, ma qualcosa di tremendamente traumatico, magari in grado di cancellare paesi e città, forse intere civiltà. Come Atlantide, appunto.

I Maya furono uno dei popoli che conservarono il ricordo del Diluvio Universale. Secondo i loro miti, Atlante era la terra di veri giganti, gente di mare e d’acqua. La radice ATL- nella loro lingua, indicava non a caso l’acqua. Fa pensare, secondo quanto riporta il Dizionario Etimologico in rete, la circostanza che la parola “atleta“, che proviene dal greco athléo, con il significato di combatto, lotto, contenga ancora una volta la radice ATL-. Secondo quel dizionario, àth-lon era il premio che spettava al vincitore. La parola italiana atleta, infine, proviene dal latino athleta, il lottatore, il ginnasta. Sembrerebbe dunque, che questi Atlantidi fossero alti e forti, tanto da restare legati al concetto stesso della forza e della prestanza fisica.

E la parola atlante che origine avrebbe? Scartando per ora il pur interessantissimo Atlante, cioè la catena montagnosa dell’Africa del Nord, anche atlante e atlantico deriverebbero sempre da Atlante. Atlante, non dimentichiamolo, era un Titano, un gigante (ancora!), secondo Platone, figlio di Poseidone (il Dio del mare!) e di Clito. Notevole è anche la figura del Dio Hermes-Mercurius. Nel pantheon olimpico classico Hermes era figlio di Zeus e della Pleiade Maia, figlia del Titano Atlante. Ci dovremmo stupire nell’apprendere che Hermes, oltre alla siringa e alla lira, abbia inventato anche molte competizioni sportive e la pratica del pugilato: per questo era considerato il protettore degli atleti?

Ricordo, infine, altri caratteri fisici degli atlantidei: gente dai capelli rossi, di carnagione pallida, dal sangue zero Nh negativo (un gruppo considerato molto antico). E se così davvero fosse per quanto attiene gli atlantidei  e fosse altrettanto vero quanto scritto da Felice Vinci in Omero nel Baltico, gli Iperborei dovevano avere molto in comune con gli Atlantidei … E, come lo stesso Vinci scrive: la riscoperta di Omero in chiave nordica potrebbe favorire un diverso approccio – in chiave non più soltanto “economica” ma anche, e soprattutto, “storico-culturale” – all’idea di unità dell’Europa e,  forse, contribuire alla nascita di un nuovo umanesimo nella cultura dell’Occidente. Se avesse ragione il Vinci, ci sarebbe da riscrivere non solo i libri di storia, ma si dovrebbero anche rivedere molti concetti che stanno alla base della nostra cultura. Una rivoluzione!

In uno scritto intitolato L’Origine nordica della Tradizione: Omero nel Baltico a firma di Alberto Lombardo, ecco cosa si scrive:

“In realtà né SchliemFelice Vinci, Omero nel Balticoann né tutte le successive ricerche, anche a Micene, a Tirinto e nel Pilo sabbioso, sono in questione, una volta accettata l’idea che, cambiata la situazione climatica nelle terre del Baltico, le popolazioni che fuggirono verso il sud in cerca di climi migliori, si portarono naturalmente dietro, come la loro lingua, le loro tradizioni e saghe e leggende e le situarono nella nuova terra, anche se la conformazione geografica era molto diversa”. Con queste parole Rosa Calzecchi Onesti, assai nota studiosa di materie classiche (sue sono, tra l’altro, celebri traduzioni di Iliade e Odissea edite da Einaudi) introduce il magistrale e davvero rivoluzionario studio di Felice Vinci Omero nel Baltico(Fratelli Palombi Editore), un volume che è giunto in assai breve tempo alla sua terza edizione.

Sulla scia dell’intuizione fornita dal mito già all’inizio di questo secolo un brahmino indiano aveva svelato su basi astronomico-matematiche, dunque “scientifiche” anche per i moderni, quella che aveva definito in un saggio estremamente significativo come la Artic Home of the Vedas, la dimora artica dei Veda, ossia di quel complesso di testi che notoriamente costituiscono il fondamento mitico e religioso dell’India aria. Tale saggio esercitò poi una notevole influenza su René Guénon, padre del tradizionalismo integrale, e per il tramite di Guénon venne conosciuto da Julius Evola, filosofo e pensatore “simbolo” del pensiero tradizionalista italiano ed europeo, che di Tilak e della tesi da questi sostenuta parlò anche nella sua opera principale, Rivolta contro il mondo moderno (1934). Guénon si soffermò ampiamente sulla origine iperborea della Tradizione Primordiale, fondando sul mito la sua ricerca, oltre che sulle tesi di un significativo personaggio legato all’esoterismo sette-ottocentesco, il Fabre d’Olivet. Ma, d’altronde, le tesi di Fabre d’Olivet e di Tilak non costituivano che un tassello di un ben più ampio mosaico: nel pensiero di Evola già confluivano infatti molte e diverse concezioni che sul tema dell’origine nordico-polare della Tradizione, o almeno della tradizione indoeuropea, avevano visto giusto. Di là da alcune posizioni piuttosto curiose, una simile intuizione è presente nell’opera di Hermann Wirth Der Aufgang der Menschheit (Jena 1928); l’indoeuropeistica, in specie del secolo scorso, (allora definita anche arianistica o indogermanistica) aveva influenzato ampiamente, a sua volta, simili vedute. Lavori e studî non solo in ramo filologico e linguistico (Schlegel, Bopp, Rask, etc.), quanto sul panorama razziale e delle migrazioni nell’antica Europa andavano moltiplicandosi sin dal Settecento (dal conte de Gobineau a Chamberlain, Vacher de Lapouge, Clauss, etc.). Tale influenza si trasmise ampiamente agli studî classici, sino al nostro secolo (si pensi a grandissimi del calibro dell’Altheim, o del Piganiol).

Il brahmino indiano si chiamava Tilak Bâl Gangadhar e il suo libro in italiano ha il titolo di La dimora artica nei Veda. Di lui, ecco cosa dice Wikipedia:

Il grande scrittore marathi Bal Gangadhar Tilak, considerato nell’India contemporanea uno dei padri fondatori della nazione se non il combattente per eccellenza nella lotta per la libertà, secondo in tal senso solo a Gandhi (tanto da esser qualificato a differenza degl’avversari politici col titolo onorifico di Lokamanya, che significa “popolare”, lett. “munito del sostegno del mondo), nacque a Ratnagiri ( Maharashtra) nel 1856 dal padre Gangadharpant, che a sua volta discendeva dal più vecchio di due fratelli, Ramchandra Tilak.

Più ancora di Gandhi, il quale provenendo da famiglia di commercianti era un vishnuita abbeveratosi alla Bhagavad Gītā ma con mentalità affine a quella jaina (i genitori erano jainisti), come insegna il Keer, B.G. fu  allevato secondo canoni hindu di tipo shivaita, cioè di brahmano dedito alle rigide pratiche rituali ed alle strette osservanze cultuali dei suoi antenati. Fondò 2 giornali: uno, in lingua vernacolare, (il Kesari) e l’altro in inglese (il Mahratta), svolgendo in entrambi un’azione attiva di propaganda antibritannica. Sostiene L.Bianco che la posizione politica di Tilak era diversificata non soltanto nei confronti di quella di Gandhi, ma anche rispetto all’ideologia moderata del conterraneo [Gopal Krishna Gokhale] ( 1866-1915 ), un riformista modernista sebbene di casta brahmanica come il più anziano compagno di lotta. Gokhale infatti riteneva che l’India dovesse imparare a poco a poco dai colonizzatori l’arte dell’autogoverno. Mentre Tilak, seguace dell’antislamico Ārya Samāj, promuoveva una sorta di neoinduismo politicamente imperniantesi sul nazionalismo indiano. Ecco perché venerava la figura storica diShivaji. Per le proprie idee estreme il politico marathi fu imprigionato tuttavia nel 1908 e scontò in carcere all’incirca 6 anni. Dopo la liberazione, avvenuta nel 1914 ed appoggiata con foga dal grande studioso tedesco Max Müller, Tilak fu accolto trionfalmente dal Congresso. Tuttavia le insanabili differenze religiose e sociali fra indù e musulmani, stavano pian piano conducendo l’India a quelle posizioni politiche contrapposte che in seguito, dopo la proclamazione dell’indipendenza il 15 agosto del 1947, condussero la nazione indiana sul baratro della guerra civile. Colla conseguente spartizione del Deccan fra le due fazioni religiose contrapposte.

Tratto da QUI:

Da età immemorabili l’uomo ha sempre cercato di scoprire le sue Origini, attraverso miti, rivelazioni e congetture, sognando Paradisi perduti e Paradisi a venire, per colmare, con un Destino, il vuoto di un presente troppo spesso fatto di miseria, fatica e angoscia. In questo libro, scritto agli albori del Novecento, la «notte dei tempi» diventa qualcosa di tangibile: la lunga notte del Circolo Artico, questa prolungata «morte del sole », ravvivata da aurore boreali, preceduta e seguita da interminabili e meravigliosi crepuscoli. Nella sua minuziosa ed erudita interpretazione dei Veda e degli altri testi sacerdotali dell’India, Tilak prosegue nell’affascinante ipotesi, formulata da Orione, di una Patria ariana in prossimità del Polo Nord, discorso capitale per intendere le basi culturali dei successivi sviluppi ideologici che tanta parte hanno avuto nella storia contemporanea.

Costruito con strumenti che, all’epoca, erano «allo stato dell’arte», e con sovrana padronanza dell’antica lingua sacra (il sanscrito), il testo qui presentato si dipana dalla lotta annuale di Indra per la «settuplice ruota del Sole» al mito di Persofene, dai «tre passi» di Vishnu ai «nove passi» di Thor, e dalla precessione degli equinozi alla deriva dei continenti, proponendoci un affresco vasto e coerente dei miti indoeuropei.

La dimora artica nei Veda – TILAK B.G. ISBN: 8875456054 €16.53

Gli atlantidei erano forse dei grandi medici…

Il Mercurius romano aveva qualche discendenza da un altro dio di derivazione etrusca. Mercurius era il Dio dell’eloquenza, del commercio e dei ladri, nella mitologia greca e romana. La sua bacchetta, il Caduceo, divenne simbolo della medicina. Essendo il messaggero degli Dei venne spesso raffigurato con le ali ai piedi. Il Caduceo era una verga sormontata da due ali e con due serpenti attorcigliati. Per i Romani era il simbolo dell’araldo di pace, chiamato caduceator. Da allora, con l’aggiunta di due piccole ali spiegate per significare la velocità, il caduceo divenne attributo e simbolo non solo della pace ma anche del commercio, che in essa prospera. Nell’antica Roma Mercurio veniva talora rappresentato con accanto animali a lui sacri: l’ariete, il maiale, nonché il gallo. (Tratto da QUI).

E la catena montuosa dell’Atlante che origine avrebbe? Indovinate come si chiamava il mitico re  della Mauritania, lui stesso figlio di Giove? Atlas! La catena dell’Atlante appartiene alla Mauritania, al Marocco, alla Tunisia e all’Algeria. E, ovviamente, la catena dell’Atlante guarda verso l’Oceano Atlantico…

Noè in Mesopotamia e in Grecia

Non si deve credere che il mito di Noè sia una esclusività della Bibbia. Al contrario esistono molti miti in tutte le Tradizioni, alcune delle quali anche più antiche della Bibbia. Il Noè babilonese, ad esempio, si chiamava Utnapishtim. Questo Utnapishtim era un antico re che fu avvertito dal dio Ea lo avvertì di costruire un battello per mettere in salvo la sua famiglia e le specie animali, proprio come nel resoconto biblico. Notevole è la somiglianza tra i termini “Ea”, dio dei Sumeri, ed “El”, gli “dèi” degli Ebrei, che crearono l’umanità. Alla fine del diluvio, per capire se il Diluvio fosse terminato e le acque si stessero ritirando, Utnapishtim librò una colomba, una rondine e un corvo, che trovarono dove posarsi. Ciò è praticamente identico al racconto narrato nella Genesi della Bibbia.

Anche nella mitologia greca esiste il mito del Diluvio Universale. Noè si chiamava, per i greci, Deucalione. Deucalione era piuttosto anziano.  Insieme alla moglie Pirra, si salvò navigando su una barchetta.

Salvati dalle acque!

Oltre a quanto ci dice la Bibbia, il Diluvio è presente nel cosiddetto Codice Boturini, uno dei codici Atechi. Ecco cosa dice Wikipedia:

Il Codice Boturini è opera di un autore azteco rimasto sconosciuto, e fu realizzato nel periodo tra il 1530 e il 1541, appena un decennio dopo la conquista spagnola. Si tratta di un codice pittografico che racconta il leggendario viaggio degli Aztechi da Aztlán fino alla Valle del Messico. Invece di impiegare pagine separate, l’autore ha usato un lungo foglio di amatl (derivato dalla corteccia di ficus) , piegato a fisarmonica in 21 pagine e mezza. La ventiduesima pagina è spezzata a metà, ma non è chiaro se l’autore intendeva finire in quel punto il manoscritto oppure no. Al contrario di molti altri codici aztechi, i disegni non sono colorati, ma semplicemente delineati con inchiostro nero. Il codice è conosciuto anche come Tira de la Peregrinación (“La striscia del Viaggio”), e prende il suo nome da uno dei suoi primi proprietari europei, Lorenzo Boturini Bernaducci (1702 – 1751).

Gli Aztechi sostenevano di provenire da una terra sconosciuta e mitica, di nome … Aztlàn! E l’etimologia della parola sarebbe: vicino all’acqua! Nello Yucatàn, l’area della grande piramide, si chiama Chichén Iztà, che significherebbe: salvati dalle acque …





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18 aprile 2010 - Posted by | Storia | , , , , , , , , , , , , , , , ,

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