Il blog di Roberto Zamperini

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Tracce degli Iperborei in Gran Bretagna: Artù dalla quasi-Storia al mito (3)

(Segue a Tracce degli Iperborei in Gran Bretagna (1) e a Tracce degli Iperborei in Gran Bretagna: ma chi era Re Artù? (2) )

Gli storici si sono affannati a lungo nel cercare di dare un volto storico a Re Artù. Al figlio di Re Uther Pendragon, è stato attribuito il volto quasi storico di un certo Riotamo, “re dei Brettoni”, attivo durante il regno dell’imperatore romano Antemio. Ma chi fosse realmente questo personaggio del quale si sa pochissimo e perché da Riotamo si sia finiti per chiamarlo Artù (o Arthur) è mistero. Conclusione: forse Artù e Riotamo non sono la stessa persona. Altri storici lo individuano in  Ambrosio Aureliano, un dux bellorum, un signore della guerra, romano-britannico che vinse alcune importanti battaglie contro gli anglosassoni, tra cui la battaglia del Monte Badon (Badon Hill) combattuta dai romano-britanni insieme ai celti contro un esercito di invasori anglosassoni intorno al 490 aC. Fu una battaglia vittoriosa nella quale gli anglosassoni subirono una solenne sconfitta. Ma neppure il coraggioso Ambrosio Aureliano sembra calzare a pennello nelle vesti di Re Artù.

Altri storici hanno creduto di poter identificare il leggendario Re in  Lucio Artorio Casto, un dux romano del II secolo, militante nella gloriosa VI legio britanna, ma anche per lui gli indizi non sembrano convincenti. E poi Lucio Artorio Casto sembra essere anche troppo antico per vestire i panni del Re Artù. Altre interpretazioni identificano il Re in altri personaggi ancora, ma sempre con scarsi risultati. E allora? Allora è meglio affidarsi al mito, che, come si vedrà, riserva non poche sorprese.

Intanto il nome stesso di Arthu che, nella lingua dei Celti, continentale stava ad indicare l’orso. L’orso come simbolo di forza fisica, di robustezza? Sì, certo, ma non solo. Dunque, Arthu o Arthur sarebbe dunque solo un soprannome d’origine celta, attribuibile ad ognuno dei personaggi identificati o identificabili con Re Artù. Una storia tutta interna ai miti dei celti?

Un approccio completamente diverso e di ben più ampio respiro lo possiamo trovare negli scritti di Julius Evola e di altri Autori che hanno indagato sul mito che emerge dalla figura di Artù e sul collegamento con le sue misteriose origini iperboree. Tanto per cominciare, il nome stesso di Artù rimanda effettivamente all’orso che è arkhtos nell’antica etimologia greca. Un termine dunque indoeuropeo che sembra unire due popoli così distanti tra loro come i Celti e i Greci! Cosa dobbiamo intravvedere nell’orso-Artù? Orso o meglio orsa è il simbolo stellare della Polare, il centro intorno al quale ruota la volta stellata. La stella Polare è un asse immobile che ruota, ma non si sposta. E’ l’Axis Mundi, l’asse del mondo. Un riferimento che, come vedremo, ci porta diritti al mito Iperboreo (potreste utilmente leggere o rileggere quanto scritto in Alla ricerca di Atlantide (5).

La costellazione dell’Orsa Maggiore la ritroviamo immancabilmente in tutte le tracce della Tradizione Primigenia.  In quella indù, i cakravarti (o chakravarti) sono i signori dal potere regale, i “Re dei re” detti “giratori della ruota”. Chakra significa infatti ruota. Dice Evola: Cakravarti letteralmente vuol dire Signore o Volgitore della Ruota – il che riporta all’idea di un “centro” il quale poi corrisponde anche ad uno stato interiore, ad un modo d’essere o, per dir meglio, al modo dell’essere. (Evola: Rivolta contro il Mondo Moderno).  Buddha è il Signore che è stato capace di far girare la ruota del mondo, è un chakravarti, poiché la Sua dottrina, secondo i suoi fedeli, ha dominato il mondo. Ma l’immagine della ruota fatta girare da qualcuno che sa come farlo, è ancora più antica del buddhismo, anzi: probabilmente è molto più antica.

Nelle tradizioni e nelle più antiche dottrine, infatti, ritroviamo una nozione secondo la quale, nella storia dell’umanità, si manifestano, di tanto in tanto, alcuni Signori, alcuni sovrani, alcuni grandi Re, che hanno il potere arcano di far ruotare un disco sospeso in aria, il cakra o chakra. Questa loro azione ha una natura di unificazione pacifica dell’intero globo terrestre. Un regnum unico, mondiale, sacrale e spirituale. Ma cos’è questo chakra, questa ruota nel cielo? E’ chiaro: un simbolo del Sole, l’astro che illumina il globo e conferisce vita ed energia. Ecco dunque svelato un primo frammento dell’arcano: ci troviamo di fronte alla Tradizione Solare, la Tradizione Primigenia.

Ma attenzione! Nulla che non faccia parte anche della nostra Tradizione! Sentite cosa scrive Nicola Iannelli a proposito del Rito di Fondazione di Roma, nel suo bel libro “SATOR. Epigrafe del Culto delle Sacre Origini di Roma“: Le regioni del cielo “tracciate” da Romolo comprendevano il Grande Carro (l’Orsa Maggiore, NdRZ), il Bootes-Seminatore (seminatore in Latino si dice sator, NdRZ), le costellazioni-generatrici, come gli antichi definivano le costellazioni circumpolari (e le costellazioni “circumpolari” sono quelle sempre visibili alle nostre latitudini, NdRZ). Non trovate anche voi straordinario questo collegamento tra l’antica India, la Britannia dei Celti e la Roma di Romolo?

Se si osserva l’Orsa e si prolunga la “barra” del carro formata da Alioth, Mizar e Alkaid, si finisce dritti dritti su una stella molto luminosa chiamata … Arcturus, una stella della costellazione di Boote, il Pastore, che è la quarta per luminosità di tutto il cielo. Insomma: Re Artù o Arthur lo abbiamo finalmente scovato: lo cercavamo in terra e lui se n’era sempre stato lassù nel cielo, nascosto tra le stelle circumpolari, anche se, per l’esattezza, Arcturus sorge verso la metà di settembre!

L’etimologia del nome Boote molti la fanno derivare dal greco boutes, ovvero il pastore o il bovaro. La costellazione del Boote è vicina alla Grande Orsa e sembra rappresentare un mandriano che trascina i buoi legati all’aratro. Dicevano i Romani, infatti, che le sette stelle del Carro dell’Orsa rappresentavano sette buoi, ovvero septem triones, da cui appunto la parola italiana settentrione. Prego notare l’importanza che riveste in tutto questo il numero SETTE. A questo proposito potreste leggere o rileggere quanto da me scritto in L’Energia del SETTE e dell’OTTO: i molti misteri dei Numeri! (2) e L’Energia del SETTE e dell’OTTO: dai Numeri ai Sette Raggi! (3).

E Arcturus da cosa deriva? E’ la somma di due parole greche: arktos, che significa orso, e ouros, che significa guardiano. Arcturus è dunque il guardiano dell’orso, o meglio il guardiano dell’Orsa Maggiore, la costellazione che guarda verso il nord, verso l’origine mitica degli Iperborei. Il termine arktos ci riporta al mito di Arcàs, o Arcade, figlio di Zeus e di Callisto, a sua volta figlia di Licaone, il re di Arcadia. Hera, gelosa del tradimento di Zeus, trasformò il povero Arcàs in un orso, che però Zeus, pietosamente, proiettò per sempre nel cielo.

Et in Arcadia Ego: anch’io in Arcadia. Una frase che compare come iscrizione tombale sul dipinto “I pastori di Arcadia” (circa 1640), del pittore francese Nicolas Poussin.  Il suo significato essoterico può essere La persona qui sepolta è vissuta in Arcadia, ovvero, secondo l’interpretazione ufficiale, il tizio s’è goduta la vita e ne ha fatte di tutti i colori.

Al di là delle interpretazioni cospirazioniste riportate da Dan Brown, io ci vedo piuttosto, anche a dispetto dell’interpretazione corrente, un chiaro messaggio esoterico che sta a significare che la persona qui sepolta era a conoscenza degli antichi Misteri, della Tradizione Iperborea. Insomma: la tomba di un Iniziato. Altro che sfrenato gaudente! Non pretendo di aver ragione, per carità, ma credo che sia un’interpretazione come un’altra! D’altra parte, si tratta di un’ispirazione che Poussin ha tratto nientemeno che dall’esoterico Virgilio, che colloca una sua egloga in Arcadia con l’identica iscrizione tombale. Solo un caso?

(segue)

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© Roberto Zamperini


30 giugno 2010 - Posted by | Ambiente, Radiestesia, Storia | , , , , , , , , , , , , , , , , ,

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