Il blog di Roberto Zamperini

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Una buona notizia: “a bannera un si tocca”

In replica al commento di Francesco.

Quel che scrivi, caro Francis, mi rassicura non poco. La Triscele o Triskell per dirla alla franzosa è certamente simbolo quasi identico a quello dell’isola di Man e a quello della Bretagna francese, terre che, non a caso, guardano tutte verso l’Atlantico e  verso l’origine dell’antichissima nostra patria, 13000 anni fa distrutta da un cataclisma forse generato dalla deglaciazione.

Circa l’esser la Triscele simbolo pagano, potrei convenire con il tale Oliveri. Pagano è parola che viene da pagus, ovvero villaggio, in Latino, e come tale parola usata con disprezzo dai cristiani (ma solo dopo che si erano impadroniti del potere), per definire i non-cristiani come dei cafoni. A Roma, li avrebbero forse chiamati “burini” ovvero quelli che portano il burro dalle campagne. D’altra parte, i “pagani”, avevano precedentemente definito la loro nuova religione, e l’ebraismo da cui derivava, exitialis superstitio (deleteria superstizione) e inaudita secta (setta inaudita) per connotarne l’impossibile convivenza con il Mondo Gentile (da gens, ovvero il mondo di coloro che hanno una storia, degli avi da cui traggono la loro energia e la loro stessa esistenza). Gentile è il termine esatto che andrebbe utilizzato al posto di quello carico di disprezzo “pagano”.

Ma pagano, in realtà,  sta anche a significare anche qualcos’altro …

Chi lavorava nei campi, nei pagi, nei piccoli villaggi di campagna, era anche colui che, con il suo duro lavoro, manteneva i non pagani. E dunque, come tale, pagano non sarebbe termine insultante ma, al contrario, indicherebbe il diverso ruolo nella società tra chi produce ricchezza (il pagano) e chi, di questa ricchezza, si impadroniva senza nulla fare (che, nella mente del pagano erano i primi preti cristiani e i potenti ormai tutti cristianizzati).

Per quanto riguarda la magnifica sicula Triscele, si nota subito la testa di una Dea, forse la Medusa o Gorgone, che impietriva chi la guardava e che, come tale, si scolpiva sulla corazza a difendere il guerriero: se mi guardi sei morto! Un simbolo, dunque, a difesa della terra di Sicilia, certo antico e pagano, per dirla con l’Oliveri. E’ però interessante che, nella Medusa siciliana, il suo carattere orrifico sia stato sostituito con un altro molto meno aggressivo: la donna della Triscele ha tre spighe nella testa e non serpenti come Medusa, forse proprio a significare quell’aspetto del pagano che dicevo prima.

Interessanti sono anche i colori rosso-giallo della “bannera”. Probabilmente i colori originali erano l’Oro e il Porpora che, esattamente come quelli di Roma, stanno a significare la regalità. Come a dire: questo è un Paese di re e di persone libere.

Per concludere, la Triscele è simbolo solare, regale e antichissimo, forse addirittura atlantideo, del quale, se io fossi siculo, sarei orgogliosissimo.

25 febbraio 2011 - Posted by | Storia

1 commento »

  1. L’argomento bandiera, quale simbolo condiviso, tocca un tasto davvero importante della condizione umana, culturale ed affettiva degli italiani di Sicilia.
    Tu dici se io fossi siculo, e io ti dico: fortunato te che non lo sei.
    La condizione di siciliano è una condizione non solo fisica e genetica ma anche psichica e spirituale.
    Chi sono questi italiani che abitano le terre più a sud della nuova Europa?
    Descrivere il popolo siciliano, credimi è cosa assai ardua, anche per un altro siciliano. E tale impresa, non diventa meno perigliosa anche solo si volesse limitare la descrizione ad un solo dei suoi figli.
    Tutti sanno che l’isola dalle tre punte è stata sempre oggetto di desiderio di molti altri popoli.
    La stessa posizione geografica che regala infatti a questa terra un sole quasi perenne ed una bellezza incomparabile, di fatto è stata il fattore che ha attirato viaggiatori bene intenzionati e dominatori feroci da ogni dove. Ecco perché il siciliano vive una continua dicotomia spirituale, una schizofrenia affettiva irrecuperabile.
    L’amore e l’odio, la paura e la gioia, qui si alternano, si contrappongono e si fronteggiano giornalmente.
    Questa è un’isola strana! Un laboratorio genetico, filosofico, spirituale ed alchemico. Un’isola che ha saputo trasmutare e mettere insieme le diversità più lontane. Lo stesso maestro Goethe afferma: molte circostanze han dovuto contribuire per fare della Sicilia uno dei paesi più fertili del mondo”.
    Queste molte circostanze, queste diversità, culturali, religiose, linguistiche, artistiche, culinarie, genetiche, sono state accolte come seme fecondo, in questo utero tremendo di nascita e di annientamento.
    Un processo metamorfico più che riproduttivo. Un processo non facile e né veloce, ma che non poteva che generare chimere.
    Il fattore isola ha poi fatto il resto. Proprio come un processo ecologico, ha accelerato ed accentuato il processo di caratterizzazione e speciazione.
    Una rapida visita, ad una qualsiasi delle città sicule, basta per metterne in evidenza l’ancora viva diversità genetica e fenotipica, architettonica e linguistica.
    E’ facile qui rivedere, i tratti somatici del tedesco, del francese, del nord africano, del greco, del romano; l’architettura greca-bizantina, romana, islamica , il tutto condito da un miscuglio di fonemi dai suoni lontanissimi.
    Dall’altro, essere isolani non abbastanza isolati, ha provocato insicurezza, equivoci, danni psichici.
    Ed infatti, se tu chiedi a questa terra chi sei, non riceverai che una ed una sola risposta: Oùtis emoì g’ònoma (nessuno è il mio nome).
    L’isola diventa metafora dell’esistenza, archetipo.
    E’ il luogo ideale del narrare, da Omero in poi, ed è dunque metafora perenne della vita umana. E’ in questa sorta di proscenio naturale, che a noi stessi siciliani capita, di fingerci maleducati turisti in una terra tutta arte e bellezze naturali.
    Ed è proprio questa condizione di alternanza continua di finzione e realtà che spinge i siciliani a farsi isola dentro l’isola e a chiudere dall’interno la porta della propria solitudine, che vorrei con vocabolo inesistente definire “isolitudine”, e con ciò intendo il trasporto di completa sudditanza che avvince al suo scoglio ogni naufrago.
    Qui in questo scoglio, le cose fatte, lo sono per tempo intero: l’amicizia, il letto, la parola.
    E’ un’isola strana questa, una circe ammaliatrice ed ingannevole.
    Un’isola che si crede un giardino, il giardino dell’Eden, dove cresce il noce, l’arancio vaniglia, il melograno, il fico bìfero, la palma e il banano, il madarino e il cedro, il portogallo, il ficodindia e l’agave, l’edera e la vite. Ma invece, in fondo, sà da sempre, di essere solo un hortus, l’orto di pomona.
    L’ orto in cui l’acqua non cade dal cielo, ma viene strappata alla terra con furti sotterranei e compromessi gravidi di sangue.
    E’ una donna quest’isola, altezzosa ed ammiccante. Una di quelle che noti subito, anche se in fondo alla sala, bella come l’hai sempre immaginata nelle notti insonni di adolescente in pubere. E’ una venere carnale, che si sogna coricata, con un braccio a nascondere i suoi seni e con la mano che le resta a sollevare un drappo con cui tenta di coprire, i fascini più misteriosi.
    La si vorrebbe palpeggiare, con la certezza che cederà sotto la mano, come carne morbida e piena.
    Non è facile questa condizione. Non è facile neanche vivere qui, non più. Odio quest’isola terribile, barbarica, terra di massacro, d’assassinio, odio le sue piazze piombate nella notte, l’Europa deserta di ragione. Odio questa Costantinopoli saccheggiata, questa Alessandria bruciata, questa Atene, Tebe, questa conca d’oro coperta da un sudario di cemento, il giardino delle arance insanguinate. La odio ora.
    Odio questo teatro dov’è caduta la pietà, questa scena dove è stata sgozzata Ifigenìa, quest’Etna, questa Tauride di squadracce dove si consumano merci e vite, si svende onore, decenza, lingua cultura, intelligenza……
    Odio quest’isola contro la quale i marosi della storia s’infrangono, ficcandosi e ridimensionandosi, cullandola in un sonno della ragione che non fa che generare chimere.
    Qui i Gattopardi conservano ancora i loro privilegi.
    Ecco, questo è quello che riserva la vita a chi, italiano, è nato per caso nell’isola dei tre angoli: epifania crudele, periglioso sbandare nella procella del mare, nell’infernale natura; salvezza possibile dopo tanto travaglio, approdo ad una amara saggezza, a una disillusa intelligenza.
    Qui la diversità ha raggiunto la sua massima espressione, ed un simbolo condiviso come la triscele ha una sua ragione anche da un punto di vista energetico, è carico di R4, R1 e di R7.
    La triscele è il simbolo, il vessillo che identifica come un faro, il frutto chimerico di questo processo metagenetico; il sigillo che tutto unisce! E’ la conditio sine qua non per la quotidiana sopravvivenza di un isola e del suo popolo.

    Commento di Francesco | 26 febbraio 2011 | Rispondi


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