Il blog di Roberto Zamperini

Se preferite avere un cancro piuttosto che pensare, cambiate Blog

A bannera un si tocca: addendum siculo

Riporto qui un commento dell’amico Francesco, che ho ritenuto meriti ben più spazio di una semplice chiosa ad un mio articolo, che, per altro, era anche piuttosto semplice e privo di troppe velleità, limitandosi ad una critica nei confronti di una improponibile quanto stupida iniziativa politica (se si vuole, una delle tante, delle troppe a cui siamo costretti da tempo ad assistere qua e là nella penisola). La scrittura di Francesco scava invece in profondità e da quel banale episodio trae questo straordinaria riflessione, densa di intelligenza e di dolorosa lucidità nei confronti di una terra che ama ed odia. Vorrei dire solo una cosa a Francesco (che per altro non ho mai conosciuto di persona): quanto dici della Sicilia mi sembra possa valere, per molti versi, anche per altre regioni se non addirittura per tutto questo nostro povero Paese. Forse, Francesco, i tuoi Siciliani altro non sono se non semplici Italiani o forse gli Italiani altro non sono se non semplici Siciliani, anche se non sanno di esserlo. Chissà. D’altronde, Garibaldi da lì  ha iniziato la sua avventura. Da lì ha tentato di fare un Paese unito e nuovo. Non so se ci sia riuscito o meno.

Forse comincio a diventare pessimista. Sarà l’età … ?

L’argomento bandiera, quale simbolo condiviso, tocca un tasto davvero importante della condizione umana, culturale ed affettiva degli italiani di Sicilia. Tu dici se io fossi siculo, e io ti dico: fortunato te che non lo sei.
La condizione di siciliano è una condizione non solo fisica e genetica ma anche psichica e spirituale.


Chi sono questi italiani che abitano le terre più a sud della nuova Europa? Descrivere il popolo siciliano, credimi è cosa assai ardua, anche per un altro siciliano. E tale impresa, non diventa meno perigliosa anche solo si volesse limitare la descrizione ad un solo dei suoi figli. Tutti sanno che l’isola dalle tre punte è stata sempre oggetto di desiderio di molti altri popoli. La stessa posizione geografica che regala infatti a questa terra un sole quasi perenne ed una bellezza incomparabile, di fatto è stata il fattore che ha attirato viaggiatori bene intenzionati e dominatori feroci da ogni dove. Ecco perché il siciliano vive una continua dicotomia spirituale, una schizofrenia affettiva irrecuperabile.


L’amore e l’odio, la paura e la gioia, qui si alternano, si contrappongono e si fronteggiano giornalmente.


Questa è un’isola strana! Un laboratorio genetico, filosofico, spirituale ed alchemico. Un’isola che ha saputo trasmutare e mettere insieme le diversità più lontane. Lo stesso maestro Goethe afferma: molte circostanze han dovuto contribuire per fare della Sicilia uno dei paesi più fertili del mondo”. Queste molte circostanze, queste diversità, culturali, religiose, linguistiche, artistiche, culinarie, genetiche, sono state accolte come seme fecondo, in questo utero tremendo di nascita e di annientamento.


Un processo metamorfico più che riproduttivo. Un processo non facile e né veloce, ma che non poteva che generare chimere. Il fattore isola ha poi fatto il resto. Proprio come un processo ecologico, ha accelerato ed accentuato il processo di caratterizzazione e speciazione.Una rapida visita, ad una qualsiasi delle città sicule, basta per metterne in evidenza l’ancora viva diversità genetica e fenotipica, architettonica e linguistica.
E’ facile qui rivedere, i tratti somatici del tedesco, del francese, del nord africano, del greco, del romano; l’architettura greca-bizantina, romana, islamica , il tutto condito da un miscuglio di fonemi dai suoni lontanissimi.
Dall’altro, essere isolani non abbastanza isolati, ha provocato insicurezza, equivoci, danni psichici. Ed infatti, se tu chiedi a questa terra chi sei, non riceverai che una ed una sola risposta: Oùtis emoì g’ònoma (nessuno è il mio nome).


L’isola diventa metafora dell’esistenza, archetipo. E’ il luogo ideale del narrare, da Omero in poi, ed è dunque metafora perenne della vita umana. E’ in questa sorta di proscenio naturale, che a noi stessi siciliani capita, di fingerci maleducati turisti in una terra tutta arte e bellezze naturali. Ed è proprio questa condizione di alternanza continua di finzione e realtà che spinge i siciliani a farsi isola dentro l’isola e a chiudere dall’interno la porta della propria solitudine, che vorrei con vocabolo inesistente definire “isolitudine”, e con ciò intendo il trasporto di completa sudditanza che avvince al suo scoglio ogni naufrago.


Qui in questo scoglio, le cose fatte, lo sono per tempo intero: l’amicizia, il letto, la parola.


E’ un’isola strana questa, una circe ammaliatrice ed ingannevole.


Un’isola che si crede un giardino, il giardino dell’Eden, dove cresce il noce, l’arancio vaniglia, il melograno, il fico bìfero, la palma e il banano, il madarino e il cedro, il portogallo, il ficodindia e l’agave, l’edera e la vite. Ma invece, in fondo, sà da sempre, di essere solo un hortus, l’orto di pomona. L’ orto in cui l’acqua non cade dal cielo, ma viene strappata alla terra con furti sotterranei e compromessi gravidi di sangue. E’ una donna quest’isola, altezzosa ed ammiccante. Una di quelle che noti subito, anche se in fondo alla sala, bella come l’hai sempre immaginata nelle notti insonni di adolescente in pubere. E’ una venere carnale, che si sogna coricata, con un braccio a nascondere i suoi seni e con la mano che le resta a sollevare un drappo con cui tenta di coprire, i fascini più misteriosi. La si vorrebbe palpeggiare, con la certezza che cederà sotto la mano, come carne morbida e piena.


Non è facile questa condizione. Non è facile neanche vivere qui, non più. Odio quest’isola terribile, barbarica, terra di massacro, d’assassinio, odio le sue piazze piombate nella notte, l’Europa deserta di ragione. Odio questa Costantinopoli saccheggiata, questa Alessandria bruciata, questa Atene, Tebe, questa conca d’oro coperta da un sudario di cemento, il giardino delle arance insanguinate. La odio ora. Odio questo teatro dov’è caduta la pietà, questa scena dove è stata sgozzata Ifigenìa, quest’Etna, questa Tauride di squadracce dove si consumano merci e vite, si svende onore, decenza, lingua cultura, intelligenza…… Odio quest’isola contro la quale i marosi della storia s’infrangono, ficcandosi e ridimensionandosi, cullandola in un sonno della ragione che non fa che generare chimere.
Qui i Gattopardi conservano ancora i loro privilegi.


Ecco, questo è quello che riserva la vita a chi, italiano, è nato per caso nell’isola dei tre angoli: epifania crudele, periglioso sbandare nella procella del mare, nell’infernale natura; salvezza possibile dopo tanto travaglio, approdo ad una amara saggezza, a una disillusa intelligenza.
Qui la diversità ha raggiunto la sua massima espressione, ed un simbolo condiviso come la triscele ha una sua ragione anche da un punto di vista energetico, è carico di R4, R1 e di R7. La triscele è il simbolo, il vessillo che identifica come un faro, il frutto chimerico di questo processo metagenetico; il sigillo che tutto unisce! E’ la conditio sine qua non per la quotidiana sopravvivenza di un isola e del suo popolo.

28 febbraio 2011 - Posted by | Ambiente

3 commenti »

  1. Si, siamo Italiani prima di tutto! Io sono un Italiano di Sicilia.
    Che dirti di più, giocherellare la sera con il CO delle onde Delta e con i CEC, può avere di queste conseguenze. Credo che anche alcuni giochetti con i Raggi, fatti giorni addietro, abbiano contribuito.
    Io so solo che a questa storia della bandiera non ci avevo neanche fatto caso sui giornali locali, poi, dopo che ne lessi nel tuo blog, la cosa cominciò ad entrarmi dentro.
    Una mattina a casa, mi alzo e quasi di botto, ripensando alla Triscele e a quanto avevo letto il giorno prima, mi metto a scrivere tutto quel commento.
    Mi cominciano a ritornare alla mente cose lette tantissimi anni addietro, scritte da illustri siciliani, e le butto lì, cosi come mi vengono. Io sentivo solo un forte impulso a scrivere ed un fortissimo trasporto, una forte risonanza per ciò che scrivevo. Rileggendolo, prima di postarlo, mi accorsi subito della mano altrui!

    PS
    Primo o poi si conosceremo.

    PPS
    Pessimista no, non l’ho essere, almeno per oggi! Magari domani.

    PPPS
    Non sò se sia stato Garibaldi, ma credo che neanche 100 Bossi possano ridurre in frammenti questa nazione.

    Commento di Francesco | 28 febbraio 2011 | Rispondi

  2. Sono Roberto. Mi volevo semplicemente complimentare per questo splendido articolo che rappresenta la sintesi di tutto ciò che i miei amici palermitani hanno tentato invano di spiegarmi durante un mio recente viaggio in Sicilia. Io sono un Italiano di Bergamo…sarebbe bello se altri bergamaschi potessero leggere ciò che scrivi

    Commento di Zucchetti Roberto | 28 febbraio 2011 | Rispondi

  3. Grazie a te per i complimenti.
    Spero di aver contribuito a farti apprezzare un pò di più questo estremo lembo di Italia.

    Commento di Francesco | 1 marzo 2011 | Rispondi


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