Il blog di Roberto Zamperini

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In attesa del devastante terremoto romano dell’11 maggio

(Già pubblicato sul Blog Vele di Luce in data 3 maggio 2011)

Ma insomma: ci sarà o no ‘sto terremoto devastante che raderà al suolo la Città Eterna l’undici di maggio? Voci più o meno autorevoli dicono di no. Per esempio, l’ormai celebre Giuliani, l’uomo che avvisò per tempo del pericolo che correva l’Aquila e che fu snobbato dai sismologi meanstream  ci dice: “Sembrerebbe di no”. La storia si direbbe la solita bufala creata ad arte nel web. I romani fanno mostra di beffarsi di simili menagrami. Inoltre, dal piccolo centro studi che conserva gli scritti di Bendandi, giurano che non esiste alcuno suo studio che dimostrerebbe questa catastrofe. Epperò, c’è anche chi dice che, proprio secondo la tecnica del Bendandi che si basava su osservazioni astronomiche, un allineamento planetario ci sarebbe e ci sarebbe proprio in quella data e produrrà una terribile catastrofe. Tutte sciocchezze, rispondono dall’Università della Sapienza.

A chi credere, dunque?

Io vi dico: “Boh, non lo so, perché non sono un geologo e meno che mai un sismologo, ma vi vorrei raccontare un’altra storia”. Una storia antica romana.

Che c’entrano gli antichi Romani con i terremoti? C’entrano, c’entrano! Seguitemi in questo breve racconto. Noi moderni viviamo in non-luoghi, come dice il sociologo Marc Augé, cioé in luoghi senz’anima, senza energia, senza nulla di sacro. Ma per i Romani (quelli antichi, sia chiaro!), le cose non andavano così. Per loro, non esisteva spazio che non fosse un’entità vivente e non esisteva edificio umano che non dovesse essere adattato a questa natura magnetica dello spazio. In ogni luogo, loro credevano ci fosse un Genio (genio dalla radice GEN, che indica la generazione) che lo proteggeva: il Genio del Luogo o Genius Loci.

Figurarsi se dunque loro non considerassero momento magico e divino la fondazione della città. E non solo della Città per eccellenza: l’Urbe, Roma, ma di ogni città da loro fondata. Dunque, esisteva un rigido rito di fondazione che, pignoli e precisi com’erano, seguivano passo per passo e sempre lo stesso. Si trattava di un rito antichissimo, che qualcuno ascrive agli Etruschi, altri a civiltà nordiche di cui s’è persa ogni traccia storica e delle quali restano solo affascinanti accenni mitici.

Comunque sia, il rito di fondazione fu quello che seguì pedissequamente il Fondatore dell’Urbe, il suo primo Re: Romolo. A proposito, non è certo che Romolo fosse un vero e proprio nome e non piuttosto un titolo, una funzione magico-religiosa, perché c’è chi sostiene che Romulus stia per Romae Lux cioè “Luce di Roma”. Com’è noto, anche Remo voleva la sua città, che si sarebbe dovuta chiamare Remora = Mora (dimora) del Re, ma anche ritardo, freno, indugio. Comunque sia, quel fatidico giorno, Romolo se ne stava sul Palatino e Remo sull’Aventino. Entrambi con in mano un bastone molto speciale: il lituus, il bastone che finiva con una spirale, tipico degli àuguri. Un bastone destinato ad una lunghissima vita, visto che ancor oggi lo tengono in mano i vescovi, anche se gli hanno cambiato il nome in bastone pastorale.

Dunque, sia Romolo, sia Remo erano àuguri. Ma chi era un augure? Diciamo, tanto per semplificare, che un augure aveva come obiettivo quello di ricercare le condizioni dell’armonia tra la società e gli Dei. Loro chiamavano quest’armonia Pax Deorum, che potremmo oggi interpretare come “pace con gli Dei”. Questa armonia, ovviamente, andava ricercata anche e soprattuto in quel momento magico e sacrale che era la fondazione di una città. Bene, ritorniamo indietro di 2.764 anni, a quel 21 aprile del 753 aC, quando Romolo sulla cima del Palatino se ne stava con gli occhi al cielo per scrutare un messaggio degli Dei. Un messaggio che arrivò con la forma di uno stormo di 12 avvoltoi (Remo, invece, ne vide solo 6). Un segno che Romolo interpretò come ottimo augurio (augurio: una parola che ha la stessa etimologia di augure!).

Allora Romolo, avuto il messaggio divino, con il suo bastone da rabdomante, il lituus, esplorò lo spazio per cercare due cose:

1) il migliore orientamento della futura Roma, che percepì come una sorta di linea di sottile purissima energia a cui diede il nome di cardo (in italiano: cardine) e sulla quale strutturò tutta la città;

2) l’esistenza o meno di energie telluriche dannose.

Il secondo punto è quello che qui più ci interessa: Romolo scoprì che la sua futura città, nella sua lunga storia, non avrebbe mai dovuto sopportare terremoti catastrofici.

La cosa più interessante è che, poiché il rito seguito da Romolo venne replicato in tutte le città fondate in seguito dai romani, come Novara, Torino, Brescia, Aosta, Bologna, Firenze, eccetera, che ci si creda o no, in nessuna delle loro città mai si verificò un terremoto catastrofico. Solo un caso? Oppure i Romani possedevano cognizioni che, magari espresse secondo paradigmi che oggi considereremo non scientifici, comunque funzionavano?

Io sono di quelli che credono alla seconda ipotesi, anche se, l’undici di Maggio, me ne andrò a fare una bella gita fuori porta … Hai visto mai …


4 maggio 2011 - Posted by | Ambiente, Domoterapia Sottile, Energie Sottili, Storia

1 commento »

  1. Sicuramente no.

    Commento di marco innocenti | 4 maggio 2011 | Rispondi


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