Il blog di Roberto Zamperini

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Dalla prima alla seconda immortalità (5)

Ricapitolando quanto detto in La prima forma di immortalità (4) potremmo concludere che l’esperienza della TEV ci porta a concludere che:

1) alla nostra morte sopravvivono i corpi sottili – a parte quello fisico -, con i rispettivi chakra, nonché, ovviamente, le rispettive CM;

2) con il tempo, seguendo la sequenza numerica, si “dissolvono” i vari corpi, con i rispettivi chakra di quella dimensione;

3) c’è un momento in cui alcune “anime” sembrano non essere più dotate di chakra e di corpi sottili;

4) ma la CM resta comunque presente o almeno è possibile percepirla.

Il punto 3) può significare che

IPOTESI a) come sostengono alcune Tradizioni, l’anima s’è reincarnata, oppure

IPOTESI b) è sopravvenuta la “seconda morte”, ovvero quella definitiva.

Il fatto che passino molti anni prima della dissoluzione finale o seconda morte farebbe pensare che la vita oltre la morte sia un processo molto lungo, che dura forse dei secoli, se non dei millenni. Già questa potrebbe essere vista come una sorta di immortalità limitata!

A proposito del punto a), c’è da notare che non è necessariamente in contraddizione con il punto b). Infatti, quello che chiamiamo comunemente “io”, ovvero quel complesso di funzioni mentali che generano il sentire “esisto e sono proprio questo io che pensa”, sentire intimamente connesso alla memoria, alla morte fisica in ogni caso scomparirebbe. Cioè con la perdita dei corpi sottili, che possiamo credere siano connessi alla memoria, scompare anche (direi necessariamente) la percezione dell’io. Nella mia prossima vita, potrò dire “io sono”, ma non “io sono stato”, perché non ne ho più memoria. Ne discende l’ovvia considerazione che

non esiste l’immortalità dell’io.

Circa la funzione della memoria nel mantenimento dello stato di coscienza che chiamiamo “io” ha scritto pagine a mio avviso definitive Kempis ne La Fonte Preziosa, a cui rimando. C’è da ricordare, peraltro, così come il Maestro Kempis sottolinea, che ogni volta che sopraggiunge un nuovo sentire, quello vecchio muore. Ogni volta rinasciamo. Secondo Kempis, immortale sarebbe il solo sentire, che, di vita in vita, avrebbe non un’evoluzione “a crescere” (secondo i vulgata della New Age, della serie “espansione della coscienza” et similia) ma subirebbe al contrario una sorta di evoluzione “a perdere”: cadrebbero infatti i limiti del sentire e l’individuo, ad ognuna di queste cadute, non si riconoscerebbe più nel sentire precedente. Ne viene che un assassino che ha subito una caduta del vecchio sentire ed è giunto al nuovo sentire che gli impedisce di uccidere, è un individuo nuovo. La giustizia umana lo punirebbe ma, di fatto, ingiustamente poiché non è più lui colui che ha ucciso!

Facendo un passo indietro, sembrerebbe che gli Antichi, attraverso l’Iniziazione ai Misteri, fossero in grado di garantire questo tipo di immortalità dell’io. Disgraziatamente, poiché nulla era scritto in quanto le Sacre Leggi lo vietavano, oggi non sappiamo praticamente nulla sulla struttura delle Scuole Misteriche e sui loro insegnamenti, se non che, presumibilmente, esse fornivano all’iniziando i mezzi per crearsi una sorta di stato di coscienza nuovo, un sentire nuovo e diverso che, se si vuol credere alle fonti, sopravviveva alla morte fisica. Questo non sarebbe in contrasto con quanto sostiene il Maestro Kempis, che, in altri testi, afferma che la memoria delle vite precedenti (e quindi l’immortalità nel senso sopraddetto) avverrebbe solo dopo la caduta dei limiti che generano l’io stesso. Che è come dire però che l’io è già morto prima! O, se si vuole, che l’io, in quanto tale, non può sopravvivere alla morte fisica. Sopravviverebbe la memoria ma non l’io. Poiché noi siamo il nostro io, in quanto in esso ci identifichiamo, è una cosa difficile da comprendere e da accettare!

In ogni caso, a voler credere alle fonti antiche, il punto b) dell’inizio di questo articolo andrebbe corretto in tal modo:

b) alla scomparsa dei corpi sottili, è sopravvenuta la “seconda morte”, quella definitiva, a meno che l'”anima” non sia quella di un Iniziato.

Secondo Kempis, l’Iniziato è colui che ha generato dentro di sé la morte del suo io. Ma si può credere anche a Julius Evola che ne La Tradizione Ermetica (ed. Mediterranee) sostiene idee apparentemente assai diverse. Dice Evola che scopo dell’Alchimia non è quello dell’immortalità del corpo fisico – come crede il lettore medio -, quanto dell’immortalità dell'”anima”, che, grazie al processo alchemico, sfuggirebbe in tal modo alla seconda morte. Evola chiarisce in modo inequivocabile che l’immortalità dell'”anima” è un portato del Cristianesimo e che gli Antichi, in particolare gran parte dei filosofi greci e romani, non credevano affatto all’immortalità dell'”anima” tout court. Anzi, credevano che alla morte fisica sopraggiungesse una dissoluzione dell'”anima” che ritornava all'”anima” universale, secondo l’ipotesi a). Questo processo aveva una sola eccezione: l’Iniziazione ai Misteri.

Facendo due più due, se ne conclude che, se Evola ha ragione (e non ho alcun motivo di credere a priori che non l’abbia)

1) o i Misteri coincidevano con la Tradizione Ermetica e particolarmente coincidevano con l’Alchimia;

2) oppure l’Alchimia era parte dei Misteri;

3) oppure alcuni Misteri coincidevano con l’Alchimia.

L’Iniziato sarebbe dunque

a) colui che pur avendo memoria dell’ultima vita o di tutte le vite precedenti;

b) s’è comunque reincarnato o

c) ha smesso di reincarnarsi.

Non si deve escludere a priori una sorta di equivalenza tra gli insegnamenti di Kempis e quelli di Evola. Forse cambierebbe solo il modo d’esprimersi. Lascio comunque aperta la porta ai vostri commenti.

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23 marzo 2012 Posted by | Conosci Te Stesso, Ermetica ed Alchimia | 18 commenti