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Alla ricerca di Atlantide (4)

In un mio articolo precedente, ho parlato di Apollo, divinità iperborea. Ma che significa iperboreo?

L’indispensabile Wikipedia alla voce “Mito Iperboreo” ci dice quanto segue:

Iperborea è una terra leggendaria, patria dell’anch’esso mitico popolo degli Iperborei. Nei miti della religione greca e nelle dottrine dei loro storici (tra cui Erodoto), gli Iperborei (Ὑπερβόρεoι o Ὑπερβόρειoι, “coloro [che vivono] oltre βορέας”) erano un popolo che viveva in una terra lontanissima situata a nord della Grecia. Questa regione era un paese perfetto, illuminato dal sole splendente per sei mesi all’anno. Nei testi greci classici non si trovano occorrenze di *Ὑπερβορέα, che pertanto deve essere considerata una formazione lessicale tarda.

Molte sono le fonti greche che hanno fatto riferimento a questo mito. Ecconde un elenco:

Ecateo di Mileto (VI secolo a.C.) colloca gli Iperborei all’estremo Nord, tra l’Oceano (inteso come l’anello d’acqua che la cultura greca immaginava scorrere attorno alle terre emerse come se fosse un fiume) e i monti Rifei.

Ecateo di Abdera (IV-II secolo a.C.), autore di un’opera Sugli Iperborei di cui ci sono pervenuti solo alcuni frammenti, li colloca in un’isola dell’Oceano “non minore della Sicilia per estensione”. Su quest’isola, dalla quale è possibile vedere la luna da vicino, i tre figli di Borea rendono culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni originari dei monti Rifei.

Esiodo (frammento 150 Merkelbach-West, vv. 21-24) colloca gli Iperborei “presso le alte cascate dell’Eridano (Ἐριδανός) dal profondo alveo”. La cultura greca formulò numerose proposte in merito alla sede geografica di questo fiume: due fonti in particolare ci trasmettono la nozione secondo cui l’Eridano sfociasse nell’Oceano settentrionale: Ferecide di Atene (fr. 16 a Jacoby I) ed Erodoto (II 115,1); in seguito venne identificato Pindaro (ol. 3,13-16) colloca gli Iperborei nella regione delle “ombrose sorgenti” del fiume Istro (in greco Ἴστρος, l’attuale Danubio). In un passo del Prometeo Liberato Eschilo ricorda la fonte dell’Istro come situata nel paese degli Iperborei e nei monti Rifei; Ellanico di Lesbo (frammento 187 b e c Jacoby I) e Damaste di Sigeo (frammento 1 Jacoby I) pongono la sede iperborea oltre i monti Rifei; quest’ultimo, inoltre, ricorda i monti Rifei come situati a nord dei grifoni guardiani dell’oro (si veda a tale proposito il poema di Aristea di Proconneso sugli Issedoni).

Erodoto (in IV 13) riassume un poema di Aristea di Proconneso, ora perduto, nel quale l’autore riferiva di un proprio viaggio compiuto per ispirazione di Apollo in regioni lontane, sino al paese degli Issedoni, “al di là” dei quali ci sarebbero gli Arimaspi monocoli, i grifoni custodi dell’oro e infine gli Iperborei, che vivevano in una terra dove il clima era sempre primaverile e piume volteggiavano nell’aria. Bruno Luiselli ricostruisce la posizione degli Iperborei, sulla base di queste indicazioni, come situata in zona uralica.

Per tutte queste caratteristiche idilliache, iperboreo assunse in greco il significato di “felice”, “beato”. Iperborea appare quindi come un’idealizzazione del fatto che ovunque, anche in luoghi ignoti, ci sono molto probabilmente cose belle e felici.

Pindaro diceva: “Né per terra né per mare troverai la strada che conduce agli iperborei”. Inoltre, secondo la sua opinione gli abitanti dell’Etruria erano Tirrenii: ossia discen denti dall’antica Tirrenide o Atlantide libica, che, secondo Platone, era sprofondata oltre 9.000 anni dal suo tempo. Anche Omero ci dà tracce di Iperborea. Nell’Odissea parla di eroi biondi e spesso “occhiglauchi”, insomma: dagli occhi azzurri. Sembrerebbero più svedesi o danesi che mediterranei! Ecco cosa scrive Alfonso Piscitelli in un bell’articolo intitolato Tutti figli di un dio iperboreo:

All’inizio dell’Iliade è posta una scena gustosa, molto cinematografica. Achille adirato sta per avventarsi contro Agamennone, ma la Dea lo ferma. Tirandolo per i capelli. I pochi versi con i quali Omero scolpisce la scena assumono il loro significato sole se ci raffiguriamo Achille ad immagine e somiglianza dei giovani, dai capelli lunghi e lisci come i cantanti del rock-metal, che ancora oggi si muovono tra Uppsala, Copenaghen e Dortmund, dove sgorga la fonte vitale di tutto il nostro essere. La consapevolezza di quella fonte, persa tra le nebbie della preistoria, rappresenta una delle scoperte più preziose della nostra epoca.

Ci sono anche autori latini, che Wikipedia non cita, come Virgilio, che celebrando l’apoteosi di Cesare gli disse: “Come un dio verrai, dall’immenso mare/ e obbedisca a te, l’ultima Thule!”. E come non ricordare Nietzsche che disse: “Guardiamoci in faccia: noi siamo Iperborei. Al di là del ghiaccio, al di là della morte, la nostra vita, la nostra gioia”. Al mito iperboreo Julius Evola dedicò più scritti raccolti nel quaderno Il “mistero iperboreo”. Scritti sugli Indoeuropei 1934-1970, quaderno n° 37 della Fondazione Julius Evola.

Il punto è: solo un mito o qualcosa di più? E inoltre: questo come si “incastra” con il mito di Atlantide? Plinio, unificando al continente la Sardegna e le Isole Partenopee, disegnò una foglia di Quercia simbolo dell’Atlantide, e sostenne esser questa l’origine dell’Italia. E c’è chi ha creduto che il nome dell’Italia derivi dalla contrazione di Atlas, da cui Itlas. Pitagora, il grande Maestro, era chiamato Apollo-Pitagora, una sorta di omaggio alla civiltà apollinea e aurea delle lontane origini. I Romani credevano ciecamente al mito Iperboreo, tanto che si sostiene la tesi che lImperatore Romano Costanzo Cloro guidò una spedizione ai confini settentrionali della Britannia non tanto con obiettivi politici o militari, ma per portare le aquile vittoriose più vicine alla mitica terra polare originaria.

Il mito Iperboreo è rimasto un mito senza quasi alcun indizio storico fino alla pubblicazione di un saggio intitolato Omero nel Baltico, ad opera di Felice Vinci, ingegnere nucleare e storico dilettante, pubblicato nel 1995. Inutile dire che il Vinci è stato quasi deriso dall’establishment degli storici di professione, eppure, a guardare con oggettività le sue tesi, non si può fare a meno di convenire che sono convincenti. Molto convincenti. Diamo un’occhiata.

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14 aprile 2010 - Posted by | Storia

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